C’è una ragione per cui solo in Italia tre quarti delle interviste sono fatte a Q&A. Meglio, c’è una ragione a valle (gli italiani non sono meglio né di chi li governa né di chi li informa, e se non vedono tanti a capo e neretti pensano che sia un’impresa troppo faticosa e desistono in partenza); e una ragione a monte, ovvero che abbiamo introiettato a tal punto la cialtroneria (gli intervistatori) e la smania di esserci (gli intervistati) da non pensare sia di alcuna rilevanza che quello che c’è tra virgolette sia davvero quel che l’intervistato ha detto, nel modo in cui l’ha detto, nell’ordine in cui l’ha detto (contano anche queste specificazioni, certo: se mi devi chiedere venti volte in un’ora di quel litigio che ho avuto con Tizio e io alla fine sbuffo e ti dico tre parole, e poi le venti volte spariscono e restano solo, come dichiarazione spontanea in apertura di conversazione, le tre parole con intorno, ad allungare il periodo, altre che ho detto in altri momenti della conversazione su temi generici ma attinenti, ecco che io non sembro più renitente e sfiancata ma smaniosa di parlare proprio di quello.)

Non è rilevante, fintantoché l’intervistato non fa brutta figura. C’è una giornalista delle pagine degli spettacoli che è lo spasso preferito di tutti i suoi colleghi: le sue interviste escono sempre un giorno prima di quelle concesse agli altri; il divo arriva in città, lei si presenta alla conferenza stampa e dice «Io il pezzo l’ho già fatto, ho chiamato Caio in albergo stamattina»; e infatti quella mattina stessa sul suo quotidiano c’è un articolo in cui Caio from Ollivudde è virgolettato per un’intera pagina con dichiarazioni che sono perlopiù un riassunto del film, sufficientemente generiche da non farle arrischiare una querela. «Sono stato molto contento di interpretare questo ruolo di lobbista del tabacco che si pente e salva il mondo, salvare il mondo è molto importante, e poi è stato divertentissimo lavorare con Julia Roberts, l’ultima vera diva, e quando Angelina e i bambini venivano a trovare Brad sul set ci divertivamo a fare scherzi d’ogni genere. E Obama ci piace un casino.»* Al caporedattore che titola «Io, babysitter sul set con Brad», e al resto del giornale che la pubblica, non viene in mente che la preziosa collaboratrice che «Non c’è problema, di George ho il numero di cellulare» e brucia il pezzo agli altri sia una millantatrice? Sì, no, non risponde. Comunque, non importa. Il giorno dopo il caporedattore può andare in riunione e dire «Ce l’avevamo prima della concorrenza», il direttore annuirà soddisfatto senza sapere di che si parli (gli spettacoli sono quella sezione del giornale che legge – orrore – il pubblico, mica gli addetti ai lavori), e nessun Caio del mondo ti querelerà mai per aver detto che lui e Julia e Matt son tanto amici.

Tutto questo per dire che Giulia Pollyanna Innocenzi fa molta tenerezza: credo che – un po’ come me e come qualunque persona normale – non sia solita leggere quelle dieci-dodici pagine di politica che i giornali italiani pubblicano ogni giorno per farsi leggere da sottosegretari e altri giornalisti. Forse sa che dovrebbe leggerli, che è quello che ci si aspetta da una che fa una carriera simile alla sua, altrimenti non si capisce come potrebbe definire «di un minimo interesse» l’ipotesi che Roncone riesca nell’impresa di farle dire «Travaglio mi è antipatico» o simili: di un minimo interesse per chi? Per la fidanzata di Travaglio? Per il vicino di scrivania di Roncone? Per la compagna di banco della Innocenzi che ha una cotta per Travaglio e sperava glielo presentasse? Le pagine della politica non sono fatte perché interessino a qualcuno. Sono fatte per impiegare tizi le cui competenze professionali si misurano col numero di sottosegretari i cui recapiti hanno nella rubrica del cellulare, perché se non ci si occupa di polemicucce intorno alla politica bisogna alzare il culo dalla sedia e andare a cercare delle notizie, perché sì. E sono fatte col tacito accordo di far sembrare brillanti entrambi: gli intervistatori con le domande postumamente aggiunte, gli intervistati tagliando le risposte in modo tranchant. Se gli italiani leggessero le pagine della politica, penserebbero a uno sdoppiamento di personalità degli eletti: wittissimi con la stampa, pirla nell’operato istituzionale.

Se conoscete una qualunque persona che scriva per i giornali, provate a chiederle quante volte s’è sentita dire «Mi fai un pezzo sul ritorno del rosa [sostituire con altra idea che se la proponessi in proprio ti sputerebbero ma apparendo su altra testata diventa interessante e autorevole] come quello che c’è sul Financial Times [sostituire altra testata di prestigio, mica, chessò, Esquire, che ha in un numero più idee di quante ne passino in un giornale italiano in un anno, ma il direttore non ce l’ha in mazzetta e quindi non conta]»: vi risponderà con un numero variabile, ma è impossibile che vi dica «Mai.» I giornali, in Italia, si fanno con la rassegna stampa di altri giornali. E quindi particolarmente crudele è la notazione innocenziana sul fatto che il povero Roncone non abbia mai, nella conversazione, «parlato di Annalena Benini, né di quell’articolo.» Io me lo vedo, Roncone, illudersi per un istante immenso di avere diritto ad avere un punto di vista proprio non dico sulla scissione dell’atomo o sulla pace nel mondo, ma almeno su Giulia Innocenzi. Me lo vedo arrivare con la sua intervistina,  il capufficio che gli dice «Ma sei scemo? Non hai citato il Foglio! E poi io a Capalbio con che pretesto attacco bottone con Ferrara?» Me lo vedo tornare mesto alla scrivania e aggiungere cose a caso che coprano il gravissimo buco di non aver citato un articolo che, diamine, stava nelle mazzette e persino nelle rassegne stampa dei siti di pettegolezzi. Certo, a quel punto poteva sprecarci un altro scatto alla risposta, richiamare la Innocenzi e dirle «Mi serve che tu dica qualcosa sull’articolo della Benini», ma insomma era tardi, l’aperitivo, il parchimetro che scade, il pupo che esce dal nuoto.

* l’esempio è di fantasia. almeno: credo.

Comments so far:

  1. by Lacribia on settembre 28th, 2009 at 10:34

    refuso in apertura secondo paragrafo.

  2. by Lacribia on settembre 28th, 2009 at 10:36

    ancora secondo paragrafo: e brucia il pezzo gli altri

    terzo pragrafo: che è quelloc eh ci sia aspetta

  3. by Lacribia on settembre 28th, 2009 at 10:37

    pAragrafo. ROTFL.

  4. by Lacribia on settembre 28th, 2009 at 10:40

    ultimo paragrafo: varibile.

  5. by Guia Soncini on settembre 28th, 2009 at 11:22

    ci ho i correttori di bozze gratuiti, ci ho. (grazie.)

  6. by Lacribia on settembre 28th, 2009 at 11:34

    prego [oddio, ma non pensavo li pubblicassi, credevo che avresti solo corretto]. e pensare che a correzione di bozze ero una schiappa.

  7. by perec on settembre 28th, 2009 at 12:14

    soncini, sono così tanto in accordo con te, da aver cercato il tuo dannato libro in 3 luoghi deputati, venerdì. e, non avendolo trovato, stamane l’ho richiesto al tuo ufficio stampa. strano che non ci siamo mai incrociate, lavorativamente almeno. il disincanto e l’ironia, vivaddio, sono simili.

  8. by miic on settembre 29th, 2009 at 12:33

    molto istruttivo (però: più reticente che renitente, mi sa)

  9. by Guia Soncini on settembre 29th, 2009 at 13:26

    in effetti sì. sono ragionevolmente certa ci sia una motivazione per cui avevo preferito renitente, ma vatti a ricordare quale.

  10. by perec on settembre 29th, 2009 at 23:19

    531 giorni. il tuo libro è uscito da 531 giorni. per sfottermi un tantinello, la coscienziosa informatrice di feltrinelli non ha trovato altra risposta. a 1000 giorni dall’uscita (e dall’esaurimento delle scorte, visto che questa è la quinta libreria che visito) vorrei partecipare ad una giostra. se becco l’orsacchiotto, mi dai una delle tue copie?

  11. by Guia Soncini on settembre 30th, 2009 at 0:13

    secondo me ce la puoi fare a cliccare su uno qualunque dei link a sinistra e a fartelo mandare da una qualunque delle librerie alle quali essi riportano. la complessità dell’impresa è inferiore a un clicca il pomodoro. io non ho gran fiducia nell’umanità, ma fino a clicca inserisci dati della carta di credito completa l’acquisto, fin lì ritengo ci si possa arrivare.

  12. by Lacribia on settembre 30th, 2009 at 8:32

    Vediamo se sono bravo in esegesi quanto in correzione di bozze.
    Renitente, rispetto a reticente, ha una connotazione di ostilità/ribellione/disaccordo. Più che esprimere la semplice riluttanza/timidezza del parlante a parlare, esprime uno scazzo fondamentale. Tradotto: non ti do poche risposte, e brevi, e poco esaurienti, perché sono timida/discreta/imbarazzata, ma perché stai conducendo l’intervista in modo obbrobrioso, ergo mi stai sul cazzo, e te lo faccio capire.