[stavo ripulendo la cartella Bozze di 'sto coso; ho trovato questo, scritto il 3 maggio; ho ritenuto non poteste perdervelo, diamine]
Sarà che, per assorbire l’uno-due Soldini-Salvatores, ci siamo guardati e abbiamo detto «Aperitivo», e quell’aperitivo son diventati tre; sarà che tornata a casa mi è toccato discutere con chi sosteneva che Salvatores fosse più fastidioso, ma santocielo, quello almeno è un film, Soldini no, Soldini da oggi per me è il nuovo parametro di buona-la-prova, altro che i poveri Vanzina; sarà che le cornificatrici che dicono che Cosa voglio di più le ha turbate/sconvolte/sarcazzo sono quasi quante le analizzate che ritengono In treatment la più bella serie di sempre: peggio di quelle che pensano il loro ombelico sia comunque interessante, solo quelle che vedono il loro ombelico su tutti i muri.
Sarà quel che sarà: ho passato la notte a immaginare conversazioni tra attori sul set. Voglio dire, quelle negli uffici di produzione son facili da immaginare, «Facciamo un film su una grande passione devastante», «Ottima idea, e chi meglio di uno svizzero, per dirigerlo?» Ma gli attori. Con quel copione. Cioè, dico, sei Pierfrancesco Favino, hai diritto su prelazione anche se in Italia producono un film su un cinquenne prodigio del balletto classico, se vuoi fare il cinquenne lo riscrivono in modo da adattartelo, e tu di tutti i copioni che ci sono in giro tu scegli questo? Significa che non c’è di meglio in giro? No, perché se davvero quel trimestre lì il cinema italiano non aveva di meglio da offrire a Favino io prima vorrei capire come mai lui non abbia preferito coltivare il basilico con tutta la calma del caso, e poi vorrei capire cosa aspettiamo a chiuderlo, ‘sto cinema italiano.
