«Improvvisavo»

Qualche mese fa ho scritto un articolo su La terrazza, il film di Ettore Scola del 1980. L’ho fatto per una serie di ragioni: perché è uno dei miei film preferiti di sempre, perché era morto Furio Scarpelli ed ero in pieno mood «le merendine di quand’ero bambina non torneranno più», e soprattutto perché nell’ultimo anno ho visto più film italiani di quanti mi fossi presa il disturbo di visionarne nell’ultimo decennio, e li ho trovati quasi tutti di una pochezza sconcertante, e quasi ogni volta mi sono chiesta se proprio non ci fossero modi migliori di spendere soldi che era davvero sciocco buttare in film fatti da gente che non aveva niente da dire e soprattutto non sapeva come dirlo, facendo perdere tempo e pazienza a gente che avrebbe potuto nel frattempo usufruire di intrattenimento degno di questo nome.
Con certi budget si sarebbero potuti comprare biglietti di sola andata per l’Africa per politici in disarmo, commissionare adattamenti decenti di serie americane meravigliose massacrate dal doppiaggio, finanziare convegni sull’agopuntura, pagare agli italiani tutti un corso di inglese così che possano finalmente godere della visione del cinema e della tv prodotti in paesi capaci in lingue diverse dal doppiaggese, comprare molti pettini per pettinare molte bambole – e sarebbero stati soldi molto meglio investiti, per non parlare del tempo degli spettatori, che è il bene di cui si fa vero scempio.
A un certo punto di quell’articolo, mentre mi interrogavo su un’era in cui il cinema italiano era capace di produrre sia formidabili one liner sia uno star system, e sulla sopraggiunta incapacità di quello stesso cinema italiano, negli ultimi decenni, di creare immaginario e/o di raccontare la realtà, a un certo punto c’è una parentesi sull’eccezione.

Non abbiamo nuove battute per dire il disagio, finché non è pronto il film di Moretti sul Papa (ci vuole un po’ di occhio lungo, per la contemporaneità, e aver cominciato l’anno scorso a lavorare a un film su un Papa in crisi che entra in analisi vuol dire che non è un caso, se tutto il nostro immaginario passa già da un po’ di anni da un solo regista).

La domanda sottesa era: può un paese poggiare da decenni su un unico autore? È sano un sistema che ancora aspetta il film di Moretti con lo stato d’animo con cui i credenti aspettano di essere salvati? È mai possibile che non esista un’alternativa?
Le risposte a queste domande sono retoriche quanto le domande stesse, ovviamente, e osservare la platea prima della proiezione stampa di Habemus Papam induceva a pensare che sì, va bene, essere avanti, fare il film sul Berlusconi prima che sia instant, e sul Papa pure, ma il vero film da fare sarebbe quello sull’umanità che va alle anteprime di Moretti, quella che non vincerà mai e mai neanche se ne renderà conto.
Poi però la proiezione comincia e si cambia idea almeno tre volte, un po’ per incantata soggezione nei confronti dell’apparente facilità di Moretti nel fare film capaci di diventare classici prima ancora di uscire, di essere repertorio di citazioni entro dieci secondi, di restare riferimento da conversazione decenni dopo.
Non è solo per «Non esiste più da cinquant’anni, palla prigioniera», o per «Ho il deficit da accudimento, ma non ho capito cos’è», o per «Il concetto di anima e quello di inconscio non possono coesistere», «Vabbè, ora vediamo». Non è solo per la quantità di one liner che ogni film di Moretti fornisce a noialtri che proprio non sappiamo far conversazione senza citazioni.
È la rarità con cui si vede un film italiano davanti al quale non si sappia in ogni momento cosa succederà nel prossimo quarto d’ora, davanti a ogni scena come si svilupperà, si incaglierà, si risolverà. È che la recente mancanza d’inventiva dell’industria dei carboidrati sarà pure straziante, ma è di una certa consolazione sapere che Moretti, la merendina di quand’ero bambina, non è andato fuori produzione.

Comments so far:

  1. by luca on aprile 14th, 2011 at 15:21

    Andare ad una anteprima del film solo per vederci dentro quello che si è sempre pensato? è come quelli che comprano Libero e che ci leggono ogni giorno quello che loro l’hanno sempre detto, o come leggere gli oroscopi del giorno prima e dire, ecco, lo dicevo, ciavevo ragione ciavevo.
    Ci sarà in due ore di film qualcosa in più di qualche conferma alla propria personale convinzione sull’ineluttabile declino dell’impero?

  2. by mal on aprile 14th, 2011 at 15:23

    E almeno stavolta non c’è Jasmine Trinca (non c’è, vero?).
    Jasmine Trinca ne Il Caimano mi ha reso berlusconiano per 112 minuti.

  3. by Guia Soncini on aprile 14th, 2011 at 16:39

    C’è la Buy: meglio?

  4. by mal on aprile 14th, 2011 at 16:40

    Sì, meglio. Tanto la Buy è il rumore bianco del cinema italiano.

  5. by gianluca on aprile 14th, 2011 at 17:36

    meglio farsi la bua

  6. by Seb on aprile 14th, 2011 at 17:39

    Bravo (lui)
    Brava (tu)
    Rari casi di appagamento cerebrale, per me.
    P.S. Nonostante Jasmine (poverina è brava ma ha un non so che boh) Moretti è stato l’unico a farmi piangere al cinema.

  7. by Isa on aprile 14th, 2011 at 18:18

    Forse il nonsocheboh di Jasmine è che se io di mestiere facessi l’attrice, puranco l’attrice italiana, e sentissi dire di me “poverina-è-brava”, mi taglierei le vene. (Vedo, prevedo e stravedo che la settimana prossima torno al cinema. Di sera. Coi grandi. Dopo due anni. Grazie Sonc.)

  8. by AndreaPalazzo on aprile 14th, 2011 at 21:30

    se la soncini oltre agli one liner prestasse attenzione anche alle sceneggiature. io non vado al cinema solo per darmi di gomito 5 anni dopo con quel nerd che come me si ricorda la citazione del cazzo.
    HP: poteva essere un gran film (fino al minuto 70 ci ho quasi creduto), è solo una grande occasione sprecata.

  9. by mal on aprile 14th, 2011 at 21:55

    il mistero della Trinca: passabile (più o meno) in quel che fa, orrendamente negata se diretta dal suo pigmalione Moretti.

  10. by olivia on aprile 14th, 2011 at 22:51

    no però dai, la buy no. ma perchè la fanno lavorare.

  11. by Ilgeegee on aprile 14th, 2011 at 23:05

    Senza nessun intento di piaggeria, ma leggere nelle poche righe di quello che forse é un giudizio su un film, un regista, la situazione della cinematografia di un paese o qualunque altra cosa sia, tutto quello che vale la pena dire sulla contemporaneità scritto con questa precisione, beh, direi che è quantomeno stupefacente se non rassicurante. Mi è venuta l’esigenza di dirlo.

  12. by Guia Soncini on aprile 14th, 2011 at 23:12

    Sì, è proprio una mia caratteristica, ci hai preso: non presto attenzione alle sceneggiature.

  13. by AndreaPalazzo on aprile 15th, 2011 at 07:28

    sì ma le sceneggiature non sono solo i dialoghi ping-pong che ti piacciono tanto (e siamo d’accordo). in HP il disastro è nel terzo atto ed è un vero peccato.

  14. by AndreaPalazzo on aprile 15th, 2011 at 07:39

    scusate per lo spoiler e la mia abituale maleducazione: ma ve pare che il “ghost” del protagonista sia che non lo hanno preso all’accademia d’arte drammatica???!! già ce ne stanno tanti di attori der cazzo!
    e poi, scusate se gli americani sono i soliti beceroni con le loro regolette sceme da manuale e non sono artisti creativi come noi italiani ma un cazzo di arco di trasformazione per il protagonista te lo devi inventare a meno che non sei Fellini!!!!
    despite all il film cmq ha momenti sublimi, andate a vederlo.

  15. by Anonimo on aprile 15th, 2011 at 09:14

    [...] [...]

  16. by cri on aprile 15th, 2011 at 14:18

    questo blog è il mio repertorio di citazioni preferito

  17. by M.r.B. on aprile 15th, 2011 at 16:19

    Qualcuno ha letto troppo McKee.

  18. by AmicaB on aprile 15th, 2011 at 16:38

    Grazie Guia, come sempre le sai dire le cose, cazzo.

  19. by Guia Soncini on aprile 16th, 2011 at 01:38

    M.r.B., brotha (gli avrei citato McKee anch’io, ma mi faceva troppissima fatica scrivere un altro commento)

  20. by M.r.B. on aprile 16th, 2011 at 02:26

    A volersi accanire si potrebbe anche far notare che quel “despite all”, così, senza un complemento oggetto, proprio maimai, ché se uno deve sfoggiar l’orrido vezzo di infilare frasi inglesi ove non necessitato almeno ripassi il sussidiario. Sista.
    (Mi si scusi il ditino alzato, ma un po’ è che quelli “nun ce sta l’uscita dalla caverna, lo scrivevo meglio io”, ecco, le badilate; un po’ è che a questi commenti mancava il mid-act climax).

  21. by AndreaPalazzo on aprile 16th, 2011 at 08:55

    McKee tocca che se lo leggono tutti gli sceneggiatori italiani che nun je fa male.

  22. by AndreaPalazzo on aprile 16th, 2011 at 12:52

    la sontch può dirmi quello che vuole ma quelli più sonciniani della soncini, no. quelli nun se reggono
    ps: avvistato solfrizzi al mio bar, come tutte le mattine con la solita aria trieste e depressa. spero di fare presto i complimenti alla tenutaria per il contribbbuto.

  23. by Isa on aprile 16th, 2011 at 16:55

    L’aria trieste è quella degli intellettuali mitteoiropei alla Magris, immagino. (Say it now, say it loud, more sontchy than sontch herself and proud)

  24. by Isa on aprile 16th, 2011 at 16:56

    l, l, l, l, l!

  25. by corrado on aprile 17th, 2011 at 12:17

    Chi si aspetta che un film racconti la realtà – o la “contemporaneità”, come dicono quelli che si credono in grado di leggere l’attualità come storia – quelli lì, dicevo, devono avere nostalgia dei cinegiornali.

  26. by francesco palinuro on aprile 17th, 2011 at 15:28

    Andreapalazzo e Corrado si sono impegnati per toccare il fondo.
    Si attendono volenterosi che inizino a scavare.

  27. by AndreaPalazzo on aprile 17th, 2011 at 19:40

    massì, lo sviluppavo meglio io, HP. è come la sindrome da mondiali di calcio, quando in Italia tutti vogliono fare il ct della nazionale. e fateci divertire…
    (io non leggo di solito mereghetti ma anche lui parla di sceneggiatura debole, dunque siamo almeno in due)

  28. by ale on aprile 18th, 2011 at 16:10

    Bah. Ho visto il film e mi è piaciuto. Non so, ognuno ha le sue idee a riguardo ma non credo che la sceneggiatura sia debole nè che il film valga per il suo repertorio di citazioni. E’ un film che riprende, mi pare, la linea intrapresa con Caro Diario. Film dallo sviluppo più lineare, classico non ovvio nè banale però. Si avverte la presenza di Francesco Piccolo. Elogio della fragilità e degli esseri portatori sani di dubbi. Anche, e soprattutto, in questioni di fede.

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