Dalle otto alle otto

Feci i miei primi lavori per la Rai una quindicina di anni fa, più o meno.
All’epoca ci si divideva tra i td (acronimo di “tempo determinato”), che avevano uno stipendio e un tesserino per la mensa e un orario proprio come i fortunati assunti, ma ce l’avevano per nove mesi e poi venivano lasciati a casa per tre, perché l’ufficio legale pensava di così tutelarsi da cause per l’assunzione a tempo indeterminato (non conosco nessuno che abbia fatto una causa di lavoro alla Rai e non l’abbia vinta, quindi non doveva essere un metodo infallibile); e quelli come me, che avevano capito da subito che la vita sarebbe stata faticosa e che pagare un avvocato per farsi assumere a fare il funzionario Rai non era la più allettante delle prospettive, e quindi si erano aperti una partita Iva.
I primi non se li cagava nessuno perché precariato non era ancora un termine d’uso corrente e una moda nel dibattito politico, i secondi non se li cagava nessuno perché no.

Ho capito quindi con qualche anno di ritardo quanto fosse esatto quello sketch di vent’anni fa di Cinzia Leone.
L’ho capito inseguendo nei corridoi funzionarie deputate a far apporre una della mezza dozzina di firme che ogni due mesi erano necessarie perché le mie fatture venissero pagate, ché il fatto che un programma per il quale avevi un contratto e avevi emesso una fattura fosse andato in onda non provava proprio niente, se il ministero dei boschi e foreste non aveva dato il via libera a che il pagamento venisse effettuato (questo è un riferimento che probabilmente fa ridere solo me, a quel film sulla quasi regina Vittoria interpretato da Romy Schneider, a una scena in cui lei tenta di far lavare i vetri perché Albert deve venire in visita ma, appunto, la pulizia delle finestre dipende da due diversi ministeri, uno per i vetri interni e uno per quelli esterni).

Quando tutte le firme erano apposte, non c’era più gente da inseguire nei corridoi ma, appunto, lo sketch di Cinzia Leone.
Infatti l’amministrazione era (forse lo è ancora? parlate, o voi che lavorate per la Rai in questo secolo) a Torino e, dovendo sopravvivere a orde di collaboratori che volevano sapere quando diamine sarebbero stati pagati, rispondeva al telefono (giuro, no invenzione no satira no iperbole) solo dalle undici a mezzogiorno.
Naturalmente, date le orde, dalle undici a mezzogiorno era un’impresa eroica prendere la linea e chiedere i giorni i mesi le fasi del pagamento (mi pare di ricordare ci fosse una zona cieca tra la messa in pagamento e il momento in cui erano in grado di dirti una data valuta, ma capirete bene che come per tutti i traumi interviene la rimozione).

(Poteva andar peggio, per carità. In qualche scatolone ho ancora certi contratti di Telemontecarlo in cui si approvava esplicitamente la clausola per cui se avessero tardato a pagarti – quanta ironia, in quel «se» – tu ti impegnavi a non chiedere gli interessi.)

Dopo di allora, ho imparato a rompere i coglioni. Sono abbastanza convinta che nel frignare per i ritardati pagamenti ci sia una componente assimilabile a quella per cui le donne non fanno carriera: si preferisce essere quelle di cui si parla bene, quelle eleganti e gradevoli, che portare a casa il risultato.
Io ho rotto le balle in modi che chi mi conosce può immaginare, senza vergogna, senza remore: da «finché non mi pagano questa fattura non scrivo più una riga» in giù, nessun metodo è stato considerato troppo bieco. Non credo di aver mai vinto un premio simpatia negli uffici di nessuna amministrazione, ma sono quasi sempre riuscita a farmi pagare puntualmente.
Solo che bisogna mettersi d’accordo sulla definizione di puntualmente.

Anni fa, un giornale per cui lavoravo contrattualizzò un editorialista americano. Ricordo le conversazioni tra il redattore che teneva i contatti con lui e l’impiegato dell’amministrazione come fossero uno sketch di Avanzi.
La concessione (miracolosa) da parte dell’amministratore di venire pagato a metà del mese successivo a quello in cui aveva scritto; i «sai, sono americani, sono abituati così» del redattore, detti col tono con cui avrebbe commentato il vezzo di ingropparsi un animale domestico.
C’è qualcosa di molto interessante nel modo in cui ci si abitua alle perversioni e le si scambia per norme. Nel modo in cui ci convinciamo che, anche con tutta la buona volontà, un’azienda non possa metterci meno di un mese a lavorare un pagamento, nell’era dell’home-banking. Chissà nel resto del mondo come fanno, avranno le amministrazioni magiche.
C’è qualcosa di anormale nella lacrimuccia che mi spuntò, nello scorso decennio, il giorno in cui una produzione mi inviò il codice del bonifico effettuato il giorno stesso in cui mandai la fattura.

Puntualmente, quindi, sono comunque sessanta (o trenta) giorni che, tipo trucco delle tre carte, si conteggiano da «fine mese data fattura», il che li rende novanta se, come tutti i portatori sensati di partita Iva, fatturi all’inizio del mese per pagare l’Iva un po’ più avanti (anche se comunque prima di quando la pagheranno a te).
È, come sempre, una questione di abbassamento dell’asticella. Abituati così, è ovvio che poi una decida che, tra tutti i gruppi editoriali per cui ha lavorato, il suo preferitissimo è quello che paga a venti giorni. Abituati così, anche, una risparmia le energie.

E con ciò arrivo alla ragione per cui mi sono messa a scrivere queste righe. Tutto questo gran parlare di aderire alle direttive europee e pagare puntuali (le direttive europee o anche solo la buona educazione) mi ha fatto tornare in mente la casa editrice piccola ma che si dà un gran tono alla quale ho consegnato un lavoro in marzo.
Nelle settimane successive mi hanno sollecitato un paio di volte la fattura, e io me la sono in effetti presa comoda: era una cifra piccola. Gliel’ho mandata a giugno, e poi me ne sono disinteressata: era una cifra piccola. Ad agosto mi sono accorta che non me l’avevano mai pagata.
Ho scritto alla persona che mi aveva commissionato quel lavoro, mi ha risposto che avrebbe sollecitato immediatamente l’amministrazione. A settembre ancora niente, altra mail, altro giro, altro regalo.
No, non mi è tornato in mente perché siamo a ottobre e la casa editrice piccola ma che si dà un gran tono non mi ha ancora pagato.
Neanche perché l’amministrazione mi ha mandato una mail scusandosi del disguido e dicendo che avrebbe pagato immediatamente, e me l’ha mandata l’11 settembre, e si vede che «immediatamente» vuol dire una cosa diversa da quella che sapevo io, d’altra parte gli editori sono loro, avranno di certo più familiarità di me con il vocabolario.
M’è tornato in mente perché, quando a settembre ho fatto presente che io ero stata così cortese con loro e loro erano dei cialtroni, ho ricevuto la più sublime delle risposte. Guardate che era una gara difficile, ho in carnet impiegate di amministrazioni che, a «Vorrei vedere se il suo stipendio tardasse tutti i mesi», hanno avuto il culo come il culo di rispondere «Ma il mio stipendio è molto più basso delle sue fatture» – non era mica facile vincere in questo campionato.
E invece era il settembre 2012, e venne il giorno in cui, nella risposta alla stizza perché un lavoro di sei mesi prima non m’era ancora stato pagato, trovai le formule «non vedo perché tu debba mortificarmi in questa maniera» e «mi umìli».
È quindi del tutto secondario che sia ormai ottobre e, sette mesi dopo, la casa editrice minore ma che si dà un gran tono ancora non mi abbia pagato. Conta solo la lezione dei grandi classici, ovvero: nessuno, neanche Cinzia Leone, sa svignarsela da una direttiva europea con l’efficacia di una passivo-aggressiva.

 

Comments so far:

  1. by Diego C. on ottobre 3rd, 2012 at 23:50

    La sua storia e storie simili mi fan tornare alla mente il racconto in cui Guareschi narra di quella volta che prestati, con sacrificio, soldi a un tizio veramente disperato se lo vede passare davanti via via ogni volta sempre meglio in arnese ma ostile:”mi guardi male? e va bene te li ridarò i tuoi soldi!” fino al paradosso che scorgendolo di lontano lui prende a nascondersi….vergognandosi di aver soldi a credito da costui.

  2. by Andrea on ottobre 4th, 2012 at 10:48

    Non confondiamo le acque: nella maggior parte dei settori si è cominciato a non pagare in epoca recente, per via della crisi, delle banche, della burocrazia e di dio sa che. Le case editrici sono un’altra cosa: per loro non pagare collaboratori e fornitori è una tradizione gloriosa, un’arte che si è affinata nel tempo. Non è una necessità o una furbata, è un punto d’onore. L’aneddotica sui metodi escogitati dalle case editrici per non pagare è sterminata, e rivela tesori di inventiva e di audacia.
    Per il resto è giustissimo martellare le amministrazioni fino allo sfinimento. È l’unico motivo per cui mi è capitato di sentire un addetto all’amministrazione di una casa editrice chiedere a un capo di poter pagare un creditore: non ne possiamo più, questo ci telefona sei volte al giorno, ci aspetta sotto casa per raccontarci che i suoi bambini hanno bisogno di scarpe nuove, per favore liberateci da questo tormento. Io purtroppo non ho mai imparato.

  3. by biscione on ottobre 4th, 2012 at 11:35

    Già nel 1989 (sembra così vicino ma sono passati più di vent’anni) a Cologno pagavano le fatture di noi collaboratori di redazione a 90 giorni, più lo slittamento di qualche settimana per il fine mese e via discorrendo.
    La segretaria TI di un capo struttura invece si rimborsava giornalmente il taxi che prendeva per venire in ufficio. Per dire.
    Italiani cattivi pagatori lo siamo sempre stati, in ogni settore, pubblico e privato.

  4. by monica crassi on ottobre 4th, 2012 at 15:59

    “In seguito, dopo essermi licenziata, anch’io sarei andata regolarmente a trovarlo nel tentativo di recuperare gli stipendi arretrati”.
    Era tutto scritto, proprio lì, poche pagine dopo, in un raro, mirabile esempio di situazionismo editoriale; solo le due signorine S. potevano essere così inavvedute da non rendersi conto che il destino di entrambe era lì, sotto il loro stesso naso.

  5. by mela on ottobre 4th, 2012 at 23:16

    a me la Armando Curcio mi pagava iperpuntualmente …
    sarà perché vendevano Bluemoon e dispense!?!?!?

  6. by Isa on ottobre 5th, 2012 at 17:00

    Fossi stata più tempestiva, avrei voluto scrivere «Benvenuta nel magico mondo dell’editoria libraria», specie quella che se la tira da impresa per bene e di cultura che della vita non ha mai paura. Ma purtroppo per me Andrea ha già detto tutto quello che c’era da dire. Io ho cominciato a chiedere notizie del pagamento di un lavoro consegnato il 10 maggio, l’ultima settimana di luglio: loro chiudevano quel venerdì e riaprivano il 27 agosto. Ho ripreso il martellamento allora. A metà settembre mi hanno detto che mi pagavano a fine settembre, valuta primi giorni del mese dopo. Oggi è il 5 ottobre, termine entro il quale ho segnalato alla stimata CE (milanese, per bene e di cultura, grande avvenire dietro le spalle e ovviamente laica democratica e antifascista) che nulla ricevendo la palla passerà all’avvocato. Ne consegue direttamente che forse prima di Natale avrò il miei soldi, ma anche che, essendo la terza volta in dieci anni che va così, aggiungerò un altro pezzo pregevole alla mia collezione di Committenti Che Non Mi Chiameranno Mai Più. Vuoi salire a vederla?

  7. [...] Sempre l’altro giorno, la Soncini (che è anche la legittima proprietaria del titolo di questo post) ha raccontato il comportamento di «una casa editrice piccola ma che si dà un gran tono» di fronte…. [...]

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