Elenco non ragionato dei motivi per cui martedì sono andata a vedere un concerto che avevo già visto dieci giorni prima.

Perché innamorarsi con Lorenzo, lasciarsi con Tiziano (cit.) – e tradirsi con Ivano, rimpiangersi con Francesco, smettere di sopportarsi con Claudio e tutto quel che vi pare, ma insomma non è che possiamo fare gli anticonformisti al punto di negare che innamorarsi sia di gran lunga la parte più divertente (e lui praticamente l’unico che riesca a monetizzarla).

Perché prima o poi scriverò il pezzo che voglio scrivere su Lorenzo, quello che non ho scritto neanche questa volta, quello sul suo essere il più interessante sociologo del matrimonio di quest’inizio secolo, su quel trattato sul tema che va da «un errore perfetto, un diamante, un difetto» a «che siamo ancora in piedi, in mezzo a questa strada» passando da lanci di scarpe col tacco e altre amenità, su quel saggio in note che potrebbe intitolarsi T’ho sposata con allegria.

Perché se avessi visto solo Bologna sarei rimasta convinta che il mio editoriale preferito fosse la variazione di Penso positivo in cui te e me prendono il posto di Gandhi e San Patrignano, e invece il migliore trattato sul diventare grandi è quello in cui non è più Siddharta che «me l’ha detto, che conta solo l’amore», ma – sensatamente – Sanremo.

Perché prima o poi scriverò il pezzo che voglio scrivere su Lorenzo, quello sul fatto che si capisce tutto quel che si deve capire dal fatto che non dice mai «mia moglie» e «mia figlia» (tranne quando le saluta dal palco e allarga la comprensibilità anche a chi dentro lo stadio non abbia mai sfogliato un rotocalco e quindi non ne sappia i nomi), non ha mai bisogno di ribadire i legami, e quindi dice sempre e solo «la Francesca» e «la Teresa»; e quel giorno lascerò a voi la decisione circa la di lui consapevolezza dell’effetto tenero-realista-commovente che hanno quegli articoli determinativi e mi limiterò a ricordarvi per la trecentesima volta di quel mio ex che «Ammazza che paraculo questo.»

Per le cento volte in cui riuscirò a farmi retribuire riflessioni su quel momento, dietro le quinte, in cui l’amica che era con me ha chiesto a un rapper a me ignoto che apriva il concerto di fargli una foto perché i suoi figli sono pazzi di lui, e lei fino a quel momento era convinta di essere una di noi illuse che facciamo le splendide attorno ai camerini, poi lui educatissimo le ha risposto «Certo, signora», ed è stato subito splendore vanziniano mentre lei moriva un po’.

Per accumulare altro materiale che poi mi dispiacerà non usare: un’amica molto fan, mentre riscrivevo l’intervista di quest’anno, mi ha chiesto di mandargliene una vecchia, e cercando nella posta ho trovato un carteggio in cui mi lamentavo con un caporedattore di aver dovuto già tagliare «un favoloso paragone tra Prodi e Al Bano», e ora sono settimane che mi chiedo cosa diavolo il biondino avesse detto di Prodi e Al Bano sette anni fa, e come diavolo mi sia venuto in mente di tagliarlo, e perché diavolo io non conservi copie degli outtake, che sono sempre le parti migliori (sono capra in molte cose, ma specialmente nel decidere cosa tenere e cosa tagliare) – come dimostra il fatto che sono sette anni che in nessuna versione finale di nessuna intervista sopravvive una frase su Aznavour che resto convinta sia la cosa migliore che l’intervistato in questione mi abbia mai detto (no che non vi dico che frase è, non ho ancora perso la speranza di riuscire a infilarla in un articolo nei prossimi quattordici anni. E comunque vi farà piacere sapere che la cosa che più mi dispiace aver tagliato a questo giro è il «prendiamo la metropolitana, abbiamo anche la vecchia», riferito all’intervistatrice e a questo.)

Perché prima o poi scriverò uno dei pezzi che voglio scrivere su Lorenzo, quello sul miracolo d’essere l’entelechia della popstar nel paese in cui non esiste il pop, o quello sul simboleggiare la mancanza del diritto all’oblio da ben prima di Youtube, o quello su quella grazia speciale nell’affrontare il dissenso, quella che o ce l’hai oppure non c’è successo, età, analista che te la possa insegnare – prima o poi dovrò scrivere tutto quanto, e quindi ero lì a fare ricerca, no?

Per il messaggio – il più volgare, e quindi il più romantico, e quindi il più vero – che avevo ricevuto alla fine del concerto bolognese, quello «Corri a casa, per carità, è il classico concerto che quando finisce dove poggi la figa t’innamori.»

Comments so far:

  1. by alessandra on luglio 5th, 2013 at 6:11

    L’anno scorso Springsteen e quest’anno Jovanotti? Due volte poi?

  2. by Guia Soncini on luglio 5th, 2013 at 18:40

    Veramente l’anno scorso Jovanotti l’ho visto quattro volte. Il fatto che non se ne sia accorta è incoraggiante: l’anno scorso aveva ancora una vita sua!

  3. by alessandra on luglio 6th, 2013 at 9:55

    le assicuro che l’anno scorso la mia vita era meno mia , per questo non mi sono accertata dei suoi spostamenti. Comunque il commento riguardava non la sua vita di cui lei è padrona ma i suoi gusti musicali, che sono del tutto legittimi ma contestabili.

  4. by david on luglio 8th, 2013 at 11:21

    bah, il fan jovanotti & springsteen è un tipo ricorrente

  5. by Gianni on luglio 10th, 2013 at 15:03

    http://www.indiscreto.info/2013/07/la-fine-di-ridge.html

    bellissimo. son sicuro apprezzerai

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