Come imparare a cominciare ad avere ritegno e a smettere di tuittare l’andropausa

I social network hanno fatto per l’andropausa ciò che la Basaglia aveva fatto per la pazzia conclamata: sono tra di noi, ci mettono in imbarazzo, ci tocca vergognarci per loro conto (mentre loro, ignari, danno spettacolo).
Prima gli uomini che, fin lì rispettabili professionisti e personcine a modo, tra i 49 e i 59 sbroccavano, al massimo potevano tingersi i capelli, comprare una decappottabile, scappare con la segretaria. Adesso, si aprono un Twitter o un Facebook. Che non è solo un mezzo che non sanno gestire per ragioni anagrafiche: è anche un mezzo su cui si nota vieppiù la principale tragedia dell’andropausa, ovvero la totale mancanza di senso del ridicolo.
Prima erano le mogli, le colleghe, al massimo le amiche di famiglia a vergognarsi per loro e a sospirare «Mamma mia che uomo imbarazzante». Adesso è l’internet intera. Adesso il passaggio non è più da Solito Stronzo a Venerato Maestro: è da Stimato Produttore/Direttore/Editorialista a Schiantato Dell’Internet.

Non si può negare il fatto che i social media hanno dirottato le nostre vite. Non solo in una certa misura, ma completamente. Abbiamo iniziato a pensare in termini di cosa postare dopo su facebook per gelosere i nostri colleghi e vicini e quali cose interessanti da pubblicare sul feed di Instagram in modo che diventiamo la prossima sensazione. Beh, lasciate che ve lo dica chiaramente, il nostro giorno del giudizio non è molto lontano. Controllare questo articolo che ho scritto e alla fine di esso, si sarà anche d’accordo con il mio punto di vista. Quindi, eccoci qua.

Sulla categoria generale degli Schiantati e sulla di essi fenomenologia, ho scritto un articolo che uscirà giovedì su IL.
Qui invece, con la generosità che mi è propria, vorrei soccorrere la Sottospecie Andropausica della categoria, stilando la lista delle venticinque cose che il cinquantenne sull’internet dovrebbe sapere e invece, tragicamente, ignora. Nessuna ridicolaggine è stata inventata nel redigere gli esempi. Ringrazio le signore che hanno alzato gli occhi al cielo ricevendo notifiche inopportune in mia presenza, e mi hanno poi prestato qualche caso mancante dall’antropologia a me nota.
Se siete uomini, e a fine lettura un po’ vi vergognate: è già qualcosa.

  1. Se non avete altro mezzo che i messaggi di un social network, per contattare una persona, è plausibilmente segno che quella non ci tiene granché a essere contattata. Sennò un numero di telefono ve lo dava (che è un concetto che dagli otto ai quarantotto anni pareva esservi chiaro, poi saranno le scie chimiche ma l’avete rimosso).
  2. Se state per usare i messaggi privati di un social per mandare un commento a qualcosa scritto pubblicamente, chiedetevi: ma se questa povera crista avesse voluto discutere di questa cosa privatamente con me, non mi avrebbe mandato un messaggio? Se ognuno dei suoi quattromila più intimi amici di Facebook le mandasse un messaggio ogni volta che scrive un tweet o uno status, quanto sarebbe contenta? Certo, io non sono come gli altri 3.999, io sono un uomo speciale e lei muore dalla voglia di ricevere un mio messaggio. Per questo non ho il suo numero.
  3. Non mi illudo: non saranno queste righe a farvi smettere di inscenare quel patetico tentativo di upgrade della confidenza che è il cercare il contatto privato invece di commentare in pubblico. Però, fatemelo come piacere personale: se mandate un messaggio privato su un social network (ma pure nella mail, ma pure sul telefono, ma pure scritto con lo spray sul marciapiede) e non ricevete risposta; prima di mandare altri trentadue messaggi che chiedano conto del fatto che i trentuno precedenti non abbiano ricevuto risposta; prima di chiedere a comuni amici e sfortunati passanti di chiederle cosa le avete fatto di male; prima di diventare l’Adèle H. dei 140 caratteri, fate uno squillino a Occam, e chiedetegli: ma non sarà che non era un messaggio particolarmente interessante?
  4. Non tutti i messaggi senza risposta restano senza risposta perché poco interessanti, tuttavia, né scrivendone di più interessanti è detto che riceverete finalmente risposta: si dà anche l’opzione in cui, dopo un numero X di messaggi noiosi (nel mio caso: uno), una semplicemente smetta di aprire i messaggi che vede provenire dal vostro account. Tanto non è che sarete diventato avvincente nella notte.
  5. Non tutte coloro che non aprono i vostri messaggi, tuttavia, non li aprono perché hanno etichettato proprio voi come soggetto con le cui lagne non valga la pena perdere tempo: alcune hanno proprio smesso in generale di aprire i messaggi privati dei social network. Tanto, a quelli con cui vogliono parlare hanno dato il numero di telefono. Ah, a voi no?
  6. Avere senso del ridicolo è come essere strafighe: di difficile immedesimabilità per chi non è mai passato da quello stato esistenziale. Tuttavia, fare uno sforzo è doveroso. Aprite i messaggi privati di Twitter, guardate la sfilza di passivoaggressività in 140 caratteri che avete mandato a quella povera crista, mai intervallati da una sua risposta, e provate a pensare l’effetto che fa quella lista autistica di comunicazioni non a chi manda ma a chi riceve. Ecco, quel brivido che sentite è il senso del ridicolo. È una sensazione bellissima, dovreste provarla più spesso.
  7. Messaggi cui non riceverete mai risposta, e credetemi è meglio così, se la ricevete è segno che siete così imbarazzanti che una non riesce a tacere: «Perché non mi rispondi?»; «Perché non fai un tweet sul mio libro/film/programma/sarcazzo»; «Perché ce l’hai con me?»; «Perché mi trascuri?»; «Perché non mi stellini più?» (Nota 1: tutti gli esempi sono tratti dalla vita vera, e nessuno ha per mittente un quindicenne.) (Nota 2: la gamma «Perché ce l’hai con me/non mi rispondi» segue sempre un numero pari a zero di telefonate non risposte e un numero pari a zero di discussioni che potrebbero essere anche labile pretesto per la credibilità di un muso. «Perché non mi rispondi», nel linguaggio dell’andropausa, sta per: vorrei fare conversazione ma sono troppo fesso per trovare una cosa interessante da dire, quindi provo col senso di colpa.)
  8. Se vi followano, non vi stanno facendo una dichiarazione d’amore: plausibilmente, sperano che pubblichiate delle cose interessanti.
  9. Se vi unfollowano, non vi stanno facendo una dichiarazione di guerra: plausibilmente, postate della roba noiosissima.
  10. Se vi rituittano e sono noti, non è il caso di fare un tweet per vantarvene.
  11. Se vi rituittano e sono noti, non è il caso di mandare un messaggio privato a comuni conoscenti sventolando la prova della stima di un vip come trent’anni fa avreste fatto con un autografo sul poster di Michael J. Fox. Nella migliore delle ipotesi i comuni conoscenti vi diranno che siete patetici, nella peggiore diranno che siete patetici a tutti gli altri comuni conoscenti, compresa la celebrità in questione (che probabilmente vi ha rituittato per sbaglio dal touchscreen).
  12. Se vi complimentano in maniera non particolarmente costruttiva od originale, non c’è bisogno di rituittarli proprio tutti tutti tutti: quello che vi segnala una recensione a una vostra opera che non avevate ancora linkato sì, quella che s’è sforzata – riuscendoci –d’essere spiritosa magari pure, quello che «belli capelli» o «bene bravo bis» magari anche no. Oppure non meravigliatevi se poi vi crolla il numero dei follower: neanche la vostra mamma ha voglia di leggere che dicono «Belli capelli» al suo bambino.
  13. Se vi crolla il numero di follower, peraltro, non dovreste accorgervene: se esistesse un’app per l’instant inscopability, raggiungerebbe il punteggio pieno con quelli che ti dicono che Tizia non li segue più (in genere entro due ore da quando quella ha cliccato unfollow) o che si lagnano con l’intero Twitter perché col tale tuìt hanno perso tot follower (e mai che sospettino che ne perderanno il doppio lagnandosi). Yvonne Sciò in quel film in cui fissava l’oblò della lavatrice era più sana di mente di voi che fissate il contatore dei like su Facebook e dei follower su Twitter.
  14. Se tuttavia siete così piattole da tenerci a sapere chi vi segue e chi smette di seguirvi, e quindi v’iscrivete a un servizio di quelli che vi notificano quanta gente vi vuole bene questa settimana e quanta non ve ne vuole più (ci sono casi in cui la psicanalisi forse non è del tutto da scartare, eh: potete anche detrarla dalle tasse, almeno in parte), almeno fate la cortesia: chiedete a vostro nipote di otto anni di spiegarvi come si evita che la notifica «14 new followers this week, 27 unfollowing» venga condivisa con l’internet intera. Siete già abbastanza patetici a volerlo sapere, non c’è bisogno che notifichiate la vostra soverchia inscopabilità a chiunque passi dalla vostra timeline.
  15. Lo so che vi sembra incredibile, ma gli altri non sono ossessionati come voi dal contatore: unfolloware una per farsi notare non funziona mai, ma proprio mai.
  16. Lo so che la passivoaggressività ha un suo mercato, ma se siete di quelli che il numero di telefono o la mail ce l’hanno, un buon modo per farvi mettere nella blacklist dei mittenti è mandare a quella che vi ha unfollowato (da mezz’ora) una mail o un sms del tipo «Ho provato a mandarti un dm ma mi dice che non mi segui più». Voglio dire, sarebbe stato più credibile e apprezzabile: «Sono ossessionato dal consenso e controllo più volte al giorno chi mi segue e chi no, quindi me ne sono accorto subito e sono corso qui a colpevolizzarti». Io, per dire, se avessi ricevuto messaggi così da chiunque di coloro che invece avevano guarda caso provato nella prima mezz’ora in cui era impossibile farlo a mandarmi un messaggio su una piattaforma tra noi mai utilizzata per scambiarsi messaggi, beh, non dico che li avrei riamicati su Facebook, ma di certo avrei avuto più garbo nel suggerire loro una scorta di psicofarmaci.
  17. Se siete conduttori televisivi notoriamente milionari, non chiocciolate lo sponsor che vi ha offerto i biglietti quando tuittate da un concerto: avrete pure risparmiato cento euro, ma insomma sarete anche voi, come tutti, sull’internet per la figa, no? Ecco: non avete idea di quanto l’organo in questione trovi respingente la micragnosità.
  18. Se siete editori notoriamente multimilionari, non linkate un buono sconto di Uber che per ogni nuovo cliente che arriva dal vostro link a sua volta vi scalerà du’ euro e un pacchetto di cracker. Capisco che non si diventa ricchi non risparmiando, ma allora prendete la metropolitana. Penseranno lo facciate per snobismo, sarà una forma di tirchieria meno imbarazzante.
  19. Lasciate che le richieste di retweet le facciano gli adolescenti che scrivono ai cantanti. E, con «richiesta di retweet», intendo soprattutto quelle elemosine implicite che sono chiocciolare Fiorello o il Papa (o un qualunque punto in mezzo nella gamma della notorietà) con l’hashtag che vi siete inventati e che state cercando di far diventare trending topic (peraltro: in Italia si diventa trending topic con poche decine di tweet, se non avete abbastanza amici da aiutarvi a conseguire questo risultato per voi così importante forse dovreste farvi delle domande).
  20. Se, una delle numerose volte in cui scrivete una cazzata, qualcuna che normalmente vi si rivolge come a un essere umano ragionante ve lo fa notare pubblicamente, non mandatele messaggi privati del genere «Perché ce l’hai con me?»: nella più generosa delle ipotesi, penserà che vi abbia hackerato il figlio di Minzolini; nella più probabile, passerà istantaneamente dal considerarvi sano di mente al capire che siete contagiati dall’andropausa e non c’è altro da fare che mettersi in salvo.
  21. Se lì per lì vi siete contenuti e non le avete chiesto «Perché ce l’hai con me», se l’avete pensato ma siete faticosamente riusciti a simulare uso di mondo, non crollate la prima volta che la incontrate, otto mesi e tredici giorni dopo (ma voi mica avete tenuto il conto da quella volta che vi è stata chiocciolata disapprovazione, eh), non fate quello che butta lì «Sai, mi hanno fatto notare che mi tratti male». Sempre per evitare che il contagio che le avete fin lì celato si renda improvvisamente chiaro.
  22. Se però proprio non ce la fate a tacere, a evitare il rilevantissimo tema «quella volta che m’hai chiocciolato dicendomi “ma non dire idiozie”», ringraziatela. Per le novecentonovantanove volte in cui le cazzate non ve le ha fatte notare.
  23. Se siete uno dei quarantanove tizi che conosco che hanno di recente avuto comportamenti analoghi a quelli descritti, non correte a fare la lagna con sorelle, mogli, amiche, «ma hai detto tu a Guia che»: probabilmente quella che il fienile che avete al posto del fondoschiena vi fa percepire come una vostra descrizione parla in realtà di un altro; sicuramente non siete originali.
  24. In generale, prendete in considerazione di non usare i social network. Vi ricordate di quando i vostri genitori tentavano di parlare col vostro slang e fingevano di apprezzare i vostri cantanti? Ecco. Non sono un mezzo del vostro tempo, non lo sapete gestire, potete solo fare delle figuracce. Non preoccupatevi di sparire dalla modernità e dai suoi mezzi di comunicazione: sicuramente le foto del vostro bigolo barzotto che whatsappate a delle povere criste saranno loro a metterle sulle loro pagine Facebook.
  25. E, sempre in generale, cercate di applicare sull’internet una regola che non sarebbe stato male se v’avessero insegnato da piccini ad applicare anche nella vita: rompere i coglioni il meno possibile.

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