Quella del primo banco: la più carina, la più stuprabile

A me le scuse non piacciono, come metodo. Mi sembra vadano bene se dai un pestone a qualcuno in tram, o se arrivi in ritardo a un appuntamento ogni trecento. Ma se, come spesso accade, i comportamenti non sono accidentali ma dicono qualcosa di quel che sei, le scuse mi sembrano inutili, e le richieste di scuse dementi. Ho capito che Felici i felici era un gran libro quando, al primo capitolo, l’immedesimabilissimo marito si innervosisce coi lagnosi «Chiedi scusa» della moglie.

«Chiedi scusa» va bene, forse, per educare i cinquenni (non ne sono sicurissima, visto che nonostante il feticcio delle scuse i ragazzini che ci sono in giro sono ben maleducati), ma se sei un adulto che arriva sempre in ritardo o se mi pesti volontariamente, mi stai dicendo come sei fatto. Quando qualcuno ti mostra com’è fatto, credigli – disse una volta quella saggia miliardaria di Oprah Winfrey – e alla fine il punto è quello.
Se sei uno che arriva in ritardo, trova qualcuno che non se ne turbi più di tanto e frequentalo. Se sono una che sa che arrivi in ritardo, o smetto di frequentarti, o inizio a prendermela comoda anch’io. Oppure decido di inscenare un meccanismo da perfetta cretina: arrivare puntuale, aspettare, irritarmi, pretendere scuse.

Le scuse sono come la spada a doppio taglio. Una cosa è che può tagliare via una persona e soprattutto se la persona commette continuamente gli stessi errori, ma si scusa costantemente allora significa ovviamente che le scuse sono meccaniche; un semplice servizio labbra.

Tali scuse non contano. Infatti, possono intensificarsi così tanto da rovinare la reputazione di una persona e poi nessuno sarà in grado di dargli il dovuto rispetto. Questa è una cosa triste di persone che commettono errori e si scusano, ma non imparano nulla dai loro errori precedenti. Se conosci qualcuno che fa questo e devi dire loro le loro carenze perché non siano troppo sicuri di se stessi. È possibile condividere questo link per farli reindirizzare anche qui.


E poi consolarmi dicendo che però s’è scusato, poverino. Però ha capito di aver sbagliato, poverino (lo rifarà la prossima volta, ricapirà d’aver sbagliato, eccetera in eterno). Però non è colpa sua, poverino. Però gli dispiace, poverino. Le scuse sono strette parenti, come arma di giustificazione di comportamenti orrendi, del senso di colpa, arma finale degli esseri umani più raccapriccianti con cui mi sia capitato di avere a che fare. Però si sente in colpa, poverino.
I poverino e le scuse e le buone intenzioni lasciamole alle scuole elementari. Che sono anche la penultima età (l’ultima sono le medie: al liceo già ti spernacchiano) in cui puoi dire «Ha cominciato lei» e «Ero ubriaco», ma su questo torniamo tra poco.

Quelli che scrivono sull’internet che ti farebbero questo e quello non sono pericolosi. Cioè, lo sono per il senso del ridicolo (il loro è mai nato, e al tuo attentano ogni volta che si connettono), ma non è che se t’incontrano ti fanno davvero questo e quello. L’ho scritto abbastanza volte da venire a noia persino a me che pure mi piaccio moltissimo (qui e qui, per dire le prime due che mi vengono in mente): se Chapman avesse avuto una pagina Facebook su cui sfogarsi probabilmente non avrebbe sparato a Lennon. Era il suo modo di farsi notare, e oggi ce ne sono di più comodi. Tipocomprare un libro di Augias e procurarsi un caminetto. Un caminetto, nel 2014: quanto devi essere smanioso di farti notare da Augias per trovare un caminetto? Gli tireresti le trecce, se solo fosse così carino da stare in classe con te in quella scuola media dalla quale si ostinano a non promuoverti.
Quelli che su internet scrivono che ti darebbero una ripassata loro, dicevo. Facciamo finta di non sapere che sono quelli cui poi nella vita non tira, perché è brutto rompere il giocattolo alle editorialiste dolenti che devono poter scrivere che sono soggetti pericolosissimi e «le donne sono sotto attacco»; facciamo finta di niente perché siamo delle signore ed è antipatico maramaldeggiare sulle disfunzioni erettili che hanno bisogno di affetto e di pubblicità progresso (e di una connessione wifi con la quale, almeno a parole, fare quello che ora ti sistema a colpi di nerchia).
Che gli uomini a chiacchiere te la facciano tutti vedere loro è meccanismo talmente noto che pubblicitari furbi hanno messo della cartellonistica per strada in cui c’erano donne con un fumetto da completare, e indovinate com’è finita.
È finita che ora c’è uno spot che dice che le donne non possono esprimersi perché, se scrivi «vorrei», qualcuno completa «del cazzo». Maggiùra. Che tu, pubblicitario, abbia scoperto questa cosa nel 2014 non mi dice che le donne non possono esprimersi: mi dice che le tue fatture non possono essere pagate.

Secondo me lo sa pure Laura Boldrini, che non sono affatto soggetti pericolosi. Figurati se non si è accorta anche lei che, se avessimo un euro per ogni volta che abbiamo visto uno sull’internet fare lo schizzinoso riguardo a una che nella realtà gli avrebbe detto «Sparisci, sgorbio», ci compreremmo Montecitorio per farne la nostra sala da ping pong.
Solo che, non avendo la libertà di noialtre cialtrone senza ruolo istituzionale, non può andare in tv a dire «Sì, tutti ‘sti minacciatori di stupro che poi non gli tira manco con l’argano, povere mogli, speriamo si consolino con l’idraulico». Deve dire che è tutto gravissimo e bla bla bla. E quindi ieri sera va in tv e dice che sono potenziali stupratori. Che tecnicamente è abbastanza esatto: se minacci stupro almeno il potenziale dovrò riconoscertelo, no?
E a quel punto succede quello di cui mi interessa parlare (disse lei dopo duecento righe di premesse, a un pubblico perlopiù svenuto dalla noia).

Io Claudio Messora non sapevo chi fosse. Non sto più dietro alle cose importanti, perdo pezzi del ricambio nella cultura popolare, non so più i nomi dei tronisti, figuriamoci se so chi è il responsabile della comunicazione dei Cinque Stelle. Poi, nella notte, ho scoperto tutto del suo periodo refrattario (qui, il commento a nome Byoblu, lo stesso nomignolo che usa su Twitter – incidentalmente: pochi parametri di valutazione sono più esatti di «un adulto che usa un nomignolo è un cretino») e altre meraviglie, ma fino a ieri sera non sapevo chi fosse. Fino a quando mi è comparso, rilanciato da qualcuno, questo:

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