Quando Nora prese la Bastiglia

Il 14 luglio del 1989 sono successe due cose.
La più rilevante è che il tizio di cui ero innamorata si è trasferito a Parigi per fare il poeta maledetto (sì, a quasi diciassette anni ero innamorata di tizi così banali da trasferirsi a Parigi nel bicentenario di quella data lì, e così favolosamente borghesi da andare a poco più di vent’anni a fare il maudit per qualche mese e poi tornare, ché papà aveva fatto costruire una villa gemella vicino alla sua).
Quella di cui non mi sarei accorta per molto tempo è l’uscita americana di When Harry met Sally, che per i decenni successivi ci saremmo sdilinquite ad analizzare come l’inizio e la fine della commedia romantica moderna, dell’analisi sofisticata su Marte e Venere, della newyorkitudine fatta parametro molto prima di Sex and the city. Ma io tutto questo in quel luglio non potevo saperlo: avevo tutte le materie a settembre, e un figlio di papà che leggeva Baudelaire mi aveva appena spezzato il cuore, cosa volete che sapessi.

Un anno e mezzo dopo, era l’inverno tra il 1990 e il 1991. La data esatta non la so, figuriamoci, ma so che ero maggiorenne da poco, e so che era inverno perché indossavo un raccapricciante giaccone rosso con cappuccio, scamosciato e con contorni di pregiata pelliccia, e un gigantesco fiocco a chiuderlo. Una roba per la quale solo la cecità sarebbe giustificazione, ma d’altra parte non ci sono scelte estetiche della mia famiglia che abbiano altra spiegazione che la mancanza di molte diottrie (il giaccone era un entusiastico dono di mia madre, e io lo indossavo con grande zelo).
L’aneddoto preferito dagli amici di Soncini sulla giovinezza soncinica comincia quindi con un’adolescente scema che prende un treno in pieno inverno per andare a fare un’improvvisata al povero adulto che in estate aveva fatto l’errore di assecondare il di lei volersi infilare nel suo letto (quarantenne mette le mani addosso a diciassettenne! Degrado morale! Berlusconismo! State calmi: era prima di Berlusconi, erano i beati anni in cui Manhattan non era un film sulla pedofilia: c’è stato un tempo, ora pare incredibile, in cui, se proprio alle ragazzine andava di andare a letto con gli adulti, era un problema delle ragazzine, alle quali al massimo si faceva presente che si perdevano molto, a scartare i coetanei. Giuro.)
Prosegue con un treno che si ferma in mezzo alla campagna, un portone aperto come nelle soap, l’improvvisatrice che arriva alla porta ed è troppo tardi per trovare una scusa, un poverocristo che sbianca trovandosela davanti, una scema con enorme fiocco e cappuccio che trilla «Disturbo?!», un rassegnato poverocristo che apre di più la porta, indica il qualcosa di biondo davanti al televisore e dice «No, lei è Karen. Lei è Guia, la figlia di certi miei amici di Bologna. Vieni, ti offro una Fanta.»
La parte della Fanta è la preferita dai miei amici, che sono pur sempre italiani e abituati a one liner così scarse che una appena decente sembra già capolavoro (va detto che oltre che per la Fanta il nostro eroe involontario va lodato per le doti d’improvvisazione di quel «la figlia di certi miei amici», invece di sbiancare come il Renzo Montagnani medio in flagranza di terza incomoda).
Io invece a questo punto amo raccontare che l’amica Nicoletta (conosciuta in college, e da cui mi rifugiai per mancanza d’altri numeri di telefono milanesi da chiamare dalla cabina) mi portò da sua cugina a vedere Twin Peaks, e che quella è l’unica puntata di Twin Peaks che io abbia visto quell’anno (un’adolescenza di rifiuto dei consumi di massa, poi dice perché una diventa grande e non si stacca da Canale 5).
In complesso è anche il mio, di aneddoto preferito: rispetto a tutti gli altri, ha il vantaggio di non necessitare di nessun ritocco. Il qualcosa di biondo in accappatoio bianco e calzettoni beveva latte (sì: neanche nelle pubblicità dei biscotti) e neppure si voltò a guardarmi (cosa sei uno splendore biondo a fare, se devi tenere in qualsivoglia cale bevitrici di Fanta con cappuccio e fiocco).
Non ricordo quasi mai dove ho visto cosa per la prima volta, a parte poche eccezioni tipo Palombella rossa e Amarsi un po’ . E non so se avevo o no già visto il film, che mi risulta uscito in Italia quasi un anno prima. Magari ne avevo visti solo fotogrammi sui giornali (c’è stato un tempo in cui le adolescenti leggevano i giornali: mi ricordo ancora un articolo dell’Espresso sugli errori di doppiaggio di Il colore dei soldi, o cosa scrisse la Aspesi di Attrazione fatale. C’è stato un tempo in cui le ragazzine davano dei soldi a un edicolante. A raccontarlo oggi, non sembra neanche vero.)
Però so che Karen, in accappatoio, stava guardando un vhs di When Harry met Sally. Mi ricordo ancora, nel televisore sotto la finestra, il terrificante scalato gonfio di Meg Ryan, che all’epoca mi sembrava accettabile quanto il giaccone col fiocco. Non so se l’ho visto al cinema prima o dopo o mai: per me la mia prima volta con quel film è lì, in quel salotto milanese in cui ero l’intrusa che beveva Fanta in piedi.

Quando scrisse Harry, ti presento Sally, Nora Ephron aveva 47 anni. Credo la contasse come terza carriera, quando nel ’96 disse di averne avute quattro (e tre mariti), e che quindi nessuno come lei sapeva che si era sempre in tempo per cambiare vita (aggiungerei che non è mai troppo tardi per formarsi uno straccio di gusto: se non lo so io, che avevo un giaccone col fiocco).
La quarta sarebbe quella da regista, ché quel film lì l’aveva solo scritto, eppure abbiamo tutte da subito e per sempre deciso che era suo, che il regista lì non contava (riuscire con un solo film a realizzare quella supremazia dello sceneggiatore che Aaron Sorkin ci ha messo un’intera carriera a vedersi riconosciuta; e farlo con un film da femmine, perdipiù).
Il fatto è che Reiner l’avremo pure colpevolmente trascurato (qui c’è un ottimo studio di come la storia tra Harry e Sally stia nelle inquadrature quanto sta nei dialoghi), ma era inevitabile, perché la signora Ephron, che fin lì aveva vagato tra mariti e carriere, ha creato un campionario di citazioni citabili come prima e dopo era e sarebbe accaduto solo a Woody Allen e a Nanni Moretti.
Aveva inventato la sintesi perfettissima della lagna dell’amante («Hai ragione, hai ragione, lo so che hai ragione») e quella della gastrocrazia decenni prima di Masterchef («I ristoranti sono per gli anni Ottanta quel che i teatri erano per i Sessanta»), la diagnosi dei social prima che esistessero («Il senso dell’umorismo e il buon gusto sono due cose che tutti pensano di avere»), e poi «a parte», e la cucina etiope, e Charlie Chaplin che non riusciva a tenere in braccio i figli, e «prendo quel che ha preso la signora», e il litigio sul (mostruoso) tavolino da caffè, e non si può fare sesso grandioso con uno che si chiama Sheldon e – lo sapete, l’avete visto decine di volte, lo citate senza accorgervene. Perché quel film lì parlava di voi, anche se parlava di due ambiziosi trentenni newyorkesi e voi avevate diciassette anni ed eravate di Bologna, quella che in confronto pure Berlino è esotica.

Poi, dopo, c’è stato tutto. L’epoca d’oro della commedia romantica, i nostri vent’anni, l’infighimento di Meg Ryan, la scoperta da parte dei giornali tutti di ciò che Cosmopolitan sapeva da sempre: che gli uomini e le donne sono un grande tema. Un’inflazione di aspiranti noreephron e di commentatrici di costume più o meno scarse e di spiritosaggini sui sentimenti che vabbè, lo sappiamo pure noi che non siamo all’altezza, non infierite. Ma in principio, era quel film lì. Quello coi capelli gonfi di Meg e il solare lato oscuro di Billy e la madre del regista che assiste all’orgasmo da Katz’s e tutte quelle cose che hanno rovinato le sentimentali degli anni Ottanta come e più di quanto Annie Hall avesse devastato i ragazzi sensibili degli anni Settanta.

Era venticinque anni fa, ieri.

Comments so far:

  1. by Paolo Ferrandi on luglio 15th, 2014 at 10:18

    Vabbè, applausi.

  2. by Defederiki on luglio 15th, 2014 at 13:53

    La Gastrocrazia, la Fanta in piedi e il qualcosa di biondo in accappatoio.
    Dannazione Guia , distilla più spesso le tue ragioni.

  3. by alessandro baffelli on luglio 15th, 2014 at 17:55

    Ancora una volta adorabile.
    Bravissima Soncini!!

  4. by valerita on luglio 16th, 2014 at 16:06

    Per festeggiare i 25 anni di WHMS brinderò con un Bloody Mary, succo di pomodoro fino a 3/4 di bicchiere con una spruzzata di vodka, ma solo una spruzzata, e uno spicchio di limone, ma a parte.

  5. by olivia on luglio 17th, 2014 at 16:45

    io senza sapere dell’anniversario me lo sono rivista con l’undicenne settimana scorsa.

    adesso piccoli fan uniamo le nostre forze e tiriamo fuori un qualsiasi anniversario così soncini si applica. e scrive, santa pace.

  6. by El on luglio 17th, 2014 at 18:28

    Non capisco perché sia un problema delle ragazzine. O solo loro.

  7. by Guia Soncini on luglio 17th, 2014 at 21:47

    Perché, nel contesto del consenso tra più o meno adulti, con chi scegli di andare a letto è un problema tuo. Molto spesso, un grossissimo problema.

  8. by Marco Scudeletti on luglio 28th, 2014 at 9:34

    Tra Marzo e Luglio nulla. Un immenso peccato. Va beh, ci vogliono mesi per scrivere un post così. Concordo con tutti i commenti. E Harry Meet Sally è un fottuto capolavoro anche per gente che è molto più vecchia (molto) della Soncini. Il Poeta Maledetto, il Poetastro, è purtroppo legato ad una parte di ricordi che preferisco ignorare: “Angelica”.

  9. by marco scudeletti on luglio 28th, 2014 at 11:56

    Anche per qualcuno molto più vecchio (molto) di Guia Soncini, “Harry Meet Sally” è un fottuto capolavoro. Per quello che riguarda il Poeta Maledetto, il Poetastro di Angelica memoria, ho rimosso ed il solo pensiero rasenterebbe l’orrore. Tra Marzo e Luglio il silenzio è lungo. Vero che per un post così, si aspetta anche qualche mese in più. L’aggiunta di “faccine” so che procurerebbe “le bolle” all’autrice e la risparmio.

  10. by vity on luglio 28th, 2014 at 14:53

    Quante cose che m’impari!

  11. by Chiara on luglio 28th, 2014 at 22:14

    Molto bello!

  12. by Elisa on agosto 24th, 2014 at 2:16

    Comunque oh, che du’ palle che è diventato D da quando è cambiata la direttrice. A ogni modo da applausi a scena aperta i pezzi sugli anni 90 e sulle campagne pseudoumanitarie sui social. Ti voglio molto bene.

  13. by oliv on settembre 26th, 2014 at 13:57

    non so bene dove scriverti quindi scrivo qui
    il tuo pezzo su il di oggi va incorniciato.
    bello bello bello. brava brava brava.
    non fossi così inutilmente etero ti chiederei di sposarmi.
    olivia, quella delle pere