Nella primavera del 2012 stavo andando a New York a vedere Morte di un commesso viaggiatore. Un amico mi stava sfottendo, sarai fanatica che vai a New York per vedere una roba a teatro, e io dissi tutta seria: ho paura che poi muoia e di pentirmi di non esserci andata. Intendevo Mike Nichols, anche se di quella produzione lì è poi morto anche Philip Seymour Hoffman, ma questa sarebbe un’altra storia. Aggiunsi: che poi è coetaneo di Scola, e non so cosa mi strazierebbe di più. L’amico mi disse beh, ma Scola l’ho visto di recente ed era in formissima, direi che puoi stare tranquilla. Nichols è morto due anni dopo.

L’ultima volta che ho visto Ettore Scola è stata a una proiezione del suo film su Fellini, che poi non era un film su Fellini ma un film sul fatto che il Gassman della Terrazza era un autobiografismo scoliano: di me, di me, sto parlando di me (che è anche la frase che, se fossi onesta, farei mettere sulla mia lapide). È stato cortese e di mondo e galante e ha fatto finta di ricordarsi gli incontri precedenti, io intanto ero una specie di archetipo d’ogni goffaggine e inadeguatezza, e poi si è avvicinato un suo amico e guardandomi ha detto: gliel’hai detto che sei feticista dei suoi dialoghi? E io ho cercato un badile per sotterrarmi nell’atrio del cinema.

La prima volta che ho visto La terrazza non me la ricordo, ma ero piccola e avevo una cotta per Vittorio Gassman: se dovevo diventare una solita stronza era così che volevo accadesse, con quella magnificenza indomabile, con quella magnificenza nella meschineria. Non mi ricordo neanche le successive cento, in cui ero cresciuta e temevo di essere invece diventata Trintignant. Ma ricordo le ultime mille, in cui di volta in volta ero la Vukotic, la Colli, ma mai, mai la Gravina, e sempre, sempre Mastroianni.

L’ultima volta che ho visto C’eravamo tanto amati è stata un paio di settimane fa, lo mandavano su Rai 3, e avevo detto non mi fregate, avevo detto stavolta non lo guardo, poi ho detto accendo solo un minuto, e Gassman stava dicendo «Sceglieremo di essere onesti o felici?», e mi ha fregato un’altra volta. La sera un amico che fa l’autore televisivo fantasticava di metter su un programma in cui commentare il film, noialtri feticisti, e io ho detto che Scola sarebbe dovuto stare dietro una tenda come l’uomo segreto ad Harem, e abbiamo riso pensando ai modi meravigliosi in cui ci avrebbe insultati se gliel’avessimo proposto.

La prima volta che ho visto Scola era a metà anni Novanta, davo una mano a organizzare certe rassegne, e una sera proiettammo Una giornata particolare, e lui venne e parlò per un po’, ma ricordo solo che disse che era stata una fatica trattare con la Loren, non voleva essere così sciapa e dimessa; ricordo quello e che, nonostante non ci fosse nel sottoscala della mia immaginazione l’idea che potessero esistere cellulari che filmavano, restai con la sensazione che quel discorso avrei dovuto inciderlo in qualche modo.

Le persone cui voglio davvero bene sono quelle che sanno cosa sto citando se dico «Lasci stare i termini scientifici» o «Io nun mòro», «Fa ridere?» o «La zia Adriana è sempre così smaniosa»; non è una selezione della specie operata dopo un esame di feticismo scoliano, ma è andata così – in fondo non è più irragionevole che farsi piacere solo le bionde o le brune o le tifose di una qualche squadra.

Le persone cui vuoi davvero bene non sono quelle che cerchi più spesso o con cui passi più tempo o che conoscono le tue paturnie. Le persone cui vuoi davvero bene sono quelle che devi sentire subito quando ti arriva la più orrenda delle notizie in una stupida sera d’inverno, quando si ridimensionano tutti i «che anno di merda» che tutti hanno già speso per gli altri morti di gennaio (a una certa età muoiono tutti, muoiono in continuazione, muoiono con la determinazione di chi ti vuol far proprio diventare grande).

Non credo di avere mai rubato così tante cose da nessun altro autore. Ho costruito un intero personaggio su Elide Catenacci, e ci ho messo sei mesi a trovare un nome all’altezza, o almeno un secondo posto, perché “Elide Catenacci” non si batte, sta lì, tra i nomi con dentro tutto, come Blanche du Bois, come Gordon Gekko. Ho scritto migliaia di righe su «Eh, ma io no», sulla grazia feroce con cui Stefania Sandrelli stronca l’agonia tardiva e passeggera di Gassman. A un certo punto scrissi in un libro una frase convinta che fosse mia, una brillante pensata donatami dalla musa (vabbè), e poi mesi dopo rivedendo La terrazza mi resi conto che stava lì pure quella – come tutto.

Quel frammento di un’intervista fatta non so da chi su non so quale set, sta in un documentario su Gassman, ci sono loro due e Scola gli dice che quando la gente gli parla di C’eravamo tanto amati lo fa dicendogli «c’è Antonio, l’infermiere; Nicola, il critico cinematografico; e poi c’è Gassman». E Gassman ride sornione e compiaciuto e Scola gli dice che veramente non è un complimento, ma si vede che non ci crede neanche lui, che è un pochino innamorato anche lui di Gassman – non quanto Gassman lo è di sé, ma un pochino sì.

Una volta qualcuno mi ha chiesto come mai mi immedesimi sempre nei personaggi maschili, da che dipenda, come sia cominciata. Avrei potuto dire che Heathcliff è meglio di Catherine, che Rhett è meglio di Rossella. E invece ho detto: perché Gianni Perego. (Ma quello che me l’aveva domandato era uno cui non si poteva voler bene, ed ebbe la scostumatezza di chiedermi chi fosse, ‘sto Gianni Perego. Certa gente non si merita niente.)

Qualche settimana fa un’amica che a Scola era molto legata ha ricevuto una sua telefonata. Quando me l’ha raccontato le ho fatto un cazziatone, perché era in vacanza in un posto in cui prendeva male e allora lo vedi che per lui il segnale lo trovi. Lei ha detto ridendo ma un po’ seria: però era troppo amorevole, e ora ho paura che sia stata l’ultima volta che l’ho sentito. Io ho detto seria ma ridendo: non dire stronzate.

Stasera ho resistito mentre mi dicevano cos’era successo, e mentre lo riportavo a quelli cui voglio bene e poi anche agli immeritevoli, ho resistito senza guardare un pezzetto di film e senza versare una lacrima e senza fare nessuna di quelle cose che stigmatizzano quelli che ci spiegano quanto sono falsi i lutti pubblici nell’era dei social. Poi un’amica ha citato quel Mastroianni che ho imparato a riconoscere col tempo, quello che nella Terrazza chiudeva con la donna che amava e che aveva continuato a redarguire e inseguire molto più a lungo di quanto fosse accettabile, e lei neanche capiva perché smettesse di sfinirla, e lui diceva solo «Io credo che le epoche si chiudono così: all’improvviso». E allora ho iniziato a singhiozzare con quello sconquasso che hai quando ti guardi allo specchio e dentro ci vedi un’epoca che si chiude.

Comments so far:

  1. by Badev on gennaio 20th, 2016 at 0:50

    Sono un’immeritevole, perché conosco poco Scola, ma avverto qui la verità delle passioni ed è una cosa che mi coinvolge sempre. Lasciare andare le epoche insieme alle persone, ecco perché è difficile, per quello che dici tu.

  2. by Graziella on gennaio 20th, 2016 at 7:10

    Grazie!

  3. by olivia on gennaio 20th, 2016 at 9:11

    so che l’ha già detto una tua amica, ma anch’io ho pensato subito a te (tra l’altro non ti ringrazierò mai abbastanza per avermelo fatto scoprire, perché io sono arrivata ben oltre la maggiore età senza aver mai visto un suo film).

    quello che provi tu è quello che proverei io se morisse woody allen (di cui sono una fanatica a livelli drammatici e anche io valuto le persone in base alla comprensione delle battute che faccio e che sono tratte dai suoi film).

    ti abbraccio.

  4. by Federico on gennaio 20th, 2016 at 13:18

    Non ti leggo spesso (solo per motivi di tempo), ma quando leggo cose come questa che hai scritto ho il rimpianto di non farlo più spesso.
    Fantastica
    Grazie
    F

  5. by pa on gennaio 26th, 2016 at 12:10

    mi hai commossa…